La montagna come arte
Marco Paolini dà voce a Jack London. E lo fa in teatri naturalmente unici, dalle torri del Vajolet ai ghiacciai dell’Adamello. Racconto di un progetto, ma anche di un rapporto tra l’artista e la montagna destinato a non finire mai- Sono un attore cane
- La montagna è un'arte
- Uomini, cani e montagne sensuali
- Gli orizzonti lontani
- INFO POINT
Riferimenti:
- Stampa l'intero articolo
-
Condividi su:
-
SONO UN ATTORE CANE
4 aprile 2011 - Marco Paolini è uno dei grandi protagonisti del teatro italiano. E questo lo sappiamo tutti. Ma è solo vedendolo in azione che si può capire quanto il suo sia un rapporto territoriale con il palco – sia esso al chiuso di un teatro, oppure tra le conifere delle Alpi o le alte terre di roccia slanciate verso il cielo.
“Sono un attore cane”, mi disse tempo fa. Se ne uscì con la sua frase così, all’improvviso, con quello sguardo che mentre ti risponde ti interroga. Allora non potevo sapere che Marco avrebbe utilizzato la mia traduzione di un noto racconto di Jack London per trasformarla a tutti gli effetti in una classica performance delle sue, quelle che catturano e trasportano noi spettatori/ascoltatori in un’altra dimensione. Passò altro tempo. Un giorno gli dissi: “ma a te, piace Jack London?”. Lui mi guardò, con quello sguardo che mentre risponde ti interroga. E altro tempo ancora trascorse, sino al giorno in cui una telefonata mi annunciò che stava lavorando a Preparare Un Fuoco (Mattioli1885, 2007). L’attore cane aveva fiutato la pista, e l’aveva seguita sino in fondo. “È una produzione per Suoni delle Dolomiti, il racconto sarà sotto le torri del Vajolet. Dobbiamo vederci per parlare un po’ di Jack.” È vero, Marco Paolini segna il territorio e lo fa battendone ogni angolo nascosto, per essere sicuro di averlo assorbito e di poterlo esprimere: credo gli venga anche dall’amore per la montagna.
Che si tratti della Piana del Don mentre è il Sergente Mario Rigoni Stern nella tremenda ritirata di Russia del 1942, il protagonista degli orrori del petrolchimico di Marghera, o anche il Monte Toc che – provocato dall’uomo – dà corso all’annunciata tragedia del Vajont, la sua è una mappa invisibile ma precisa.




